La moda: il sogno, lo sfarzo e l’impossibile che diviene possibile, ma non solo. Se fino ad oggi abbiamo trattato solo ed esclusivamente l’ambito artistico e culturale della moda, riportando le ultime notizie e seguendo le più incantevoli delle sfilate, è giusto anche scavare a fondo e rivolgere lo sguardo all’ambito prettamente industriale di quello che sembra essere uno dei settori trainanti dell’economia mondiale.

Negli ultimi cinquant’anni, grazie ai notevoli passi avanti fatti in campo tecnologico e grazie anche alle profonde trasformazioni sociali, la moda ha subito un processo di accelerazione che mai prima d’ora si era verificato. Già a partire dagli anni Quaranta, in Francia e negli anni Cinquanta in Italia, con le Sorelle Fontana, nasce il prêt-à-porter, la cosiddetta moda boutique, l’equivalente francese del termine Ready To Wear coniato negli Stati Uniti. Le grandi case di Alta Moda iniziano a rivolgersi ad un pubblico più vasto, le loro creazioni non sono più destinate ad una élite aristocratica o borghese, ma ad un mercato di massa. Il processo viene definito “democratizzazione della moda”: finalmente la moda è accessibile a tutti, anche le donne di ceti sociali meno agiati possono acquistare i capi di noti brand grazie ai costi ridotti della produzione industriale. Nel giro di una decina d’anni la moda pronta assume un ruolo significativo all’interno delle case di moda, tanto da sorpassare la famigerata Haute Couture.

Dopo il prêt-à-porter si è giunti alla moda low cost degli ultimi anni, quella di famosi marchi come Zara ed H&M che hanno permesso a chiunque di accedere alle ultime tendenze a prezzi decisamente inferiori a quelli del Ready To Wear: una democratizzazione ancor più vasta di quella dei decenni passati.

Ma non è oro tutto quel che luccica, perdonate il cliché. L’industria dell’abbigliamento dà lavoro a più di 15 milioni di persone in Asia e a circa 4 milioni di persone in Europa, che producono la stragrande maggioranza dei capi d’abbigliamento che indossiamo quotidianamente, ma le loro condizioni economico-sociali sono a dir poco precarie, lavorano e vivono in condizioni igenico-sanitarie indicibili e sono costretti a sopportare orari lavorativi che per noi – la parte agiata dell’Occidente – sono impensabili.

 

Niente di nuovo insomma, non è la prima volta che sentirete parlare di sfruttamento della manodopera nel fashion system, ma andiamo a vedere meglio insieme come funziona. Quando acquistiamo un capo in una boutique o in un qualsiasi altro negozio, il prezzo che ci viene proposto ha una storia lontana, è un insieme di percentuali e numeri che muovono il pianeta intero; ecco la composizione tipica del prezzo di una t-shirt prodotta in Asia e venduta in Europa:

– 3% costo della manodopera
– 5% dazi e trasporti
– 6% costi generali di produzione
– 11% costo materiali
– 15% costi e profitti del marchio
– 60% tasse, costi e profitti del distributore

La percentuale che interessa oggi a noi è quel misero 3% del costo della manodopera.
Un salario dignitoso è quello che consente ad un lavoratore in una settimana regolare di lavoro di provvedere alle necessità primarie proprie e della famiglia, fra queste: un alloggio, spese alimentari, l’istruzione e l’assistenza sanitaria, oltre ad una piccola percentuale di salario da accantonare per spese impreviste. Il diritto a percepire un salario dignitoso è sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, nel Patto delle Nazioni Unite sui diritti economici, sociali e culturali e sulla Carta sociale europea.

Ma quanto percepisce mensilmente un lavoratore nel settore dell’abbigliamento? Andiamo a vedere insieme qualche numero che possa chiarire definitivamente la situazione. Dopo l’incidente del 24 aprile del 2013 che ha causato la morte di migliaia di lavoratori (circa 1.380 morti), il governo del Bangladesh si è impegnato ad aumentare il salario minimo da un equivalente di 29 euro a 78 euro. Come? Aumentando di circa 7-10 centesimi il costo finale di ogni singolo prodotto. Da 29 a 78, è bene ripetere queste cifre. Sicuramente il costo della vita in Paesi come il Bangladesh è decisamente inferiore a quello dei Paesi europei, ma delle cifre così  esigue non permettono di condurre una vita dignitosa nemmeno nei Paesi del Terzo Mondo o in via di sviluppo. Altre percentuali e numeri interessanti sono quelli legati allo sfruttamento della manodopera minorile, ma una questione così delicata merita un approfondimento a sé che non mancheremo di fare.

Il 13 maggio 2013 31 multinazionali tessili che operano in più di mille fabbriche in Bangladesh, insieme alla federazione internazionale IndustriALL Global Union (a cui aderiscono 900 sindacati di 140 paesi, con circa 20 milioni di iscritti), oltre a diverse ong, hanno firmato l’Accord on Fire and Building Safety, un protocollo sulla prevenzione degli incendi e la sicurezza negli edifici con cui ci si impegna a non fornire commesse alle fabbriche che non risultino in regola con le norme di sicurezza. L’accordo è stato firmato, tra gli altri, da H&M (la più grande acquirente di capi di abbigliamento dal Bangladesh), Benetton, le britanniche Primark e Tesco, la statunitense Abercrombie & Fitch e il gruppo spagnolo Inditex (che possiede, tra gli altri, i marchi Zara, Pull and Bear, Bershka, Oysho, Stradivarius).
Molte aziende, però, hanno rifiutato di aderire all’accordo per evitare di essere tenute a rispondere legalmente delle condizioni di lavoro delle fabbriche da cui si servono: l’agenzia statunitense Ecouterre ha reso noti i nomi di 15 di queste aziende, tra cui Foot Locker e VF Corporation (che possiede i marchi North Face, Timberland e Wrangler).

Ma noi cosa possiamo fare esattamente? Innanzitutto riflettere: questo mondo è pieno di ingiustizie e farsi carico di ognuna di esse è impossibile, ma riflettere è un buon modo per iniziare a contrastarle una ad una. La seconda cosa possibile è informarsi: aprite il browser e digitate nella barra della ricerche “sfruttamento della manodopera” e scoprirete una realtà troppo spesso sottovalutata: troverete nomi di brand, numeri, percentuali, iniziative e molto altro. Informatevi, anzi informiamoci ed iniziamo a mettere in pratica uno shopping consapevole che possa soddisfare le nostre esigenze modaiole senza però doversi ritenere responsabili di milioni di vite umane che vivono e lavorano in condizioni indecenti. Nel 2016 informarsi non è più solo un diritto, ma un dovere, per cittadini responsabili.

*Le foto presenti nell’articolo sono state prese da: www.ilpost.it – www.internazionale.it –